Per l’ottantesimo anniversario della morte di d’Annunzio


Quando il notturno voleva dire seduzione

di Claudio Marchese e Riccardo Di Salvo

Teatro dell’eros dannunziano

Scorrendo tra i palinsesti televisivi sulla storia del Novecento, possiamo rivedere in fasce orarie tardonotturne uno dei pochi poeti iconici del XX secolo: Gabriele d’Annunzio, nato a Pescara nel 1863 e morto a Gardone nel 1938. Ricorre quest’anno l’ottantesimo anniversario. La stampa nazionale l’ha appena ricordato come inventore dell’arte post-moderna, quella sorta sulle ceneri post-veriste da cui d’Annunzio stesso ebbe origine, prima di attraversare l’oceano tumultuoso del Decadentismo e delle avanguardie.

Dal momento in cui, appena uscito a pieni voti dal Regio Collegio Cicognini di Prato, entrò nella “dolce vita” di fine Ottocento, frequentando alcove altolocate e redazioni di giornali a la pàge di allora, d’Annunzio fu il primo scrittore “non in pantofole”, come Carducci, ma un esteta mondano. Protagonista di amori legali ed extra, come quello con la contessa Elvira Fraternali Leoni, con cui ebbe corrispondenze epistolari oggi ricordati nelle “Cronache mondane”, che lo scrittore firmò di pugno spesso con pseudonimi. D’Annunzio ebbe sempre il coraggio delle proprie azioni, anche quando abbandonò Roma, per chiedere ospitalità a Matilde Serao, benefattrice degli intellettuali dissipati, che gli offrì una casa a Torre del Greco, negli anni della “splendida miseria” dello scrittore abruzzese. Gli anni meravigliosi in cui d’Annunzio scriveva il romanzo “Trionfo della morte”, mentre i creditori romani lo inseguivano, per il lusso concesso alla nascente moda d’èlite di fine Ottocento a cui l’esteta non restò mai insensibile.

Ricordare d’Annunzio come perverso erotomane, esteta iperraffinato è riduttivo. Noi vogliamo entrare nel suo meraviglioso “notturno”. Quando d’Annunzio rimase ferito a un occhio, in un incidente di guerra. E’ questo il poeta che ci interessa. Nel momento in cui la sua maschera supero mistica si cancella.

 

D’Annunzio al Vittoriale

Instancabile lettore dei romanzi erotici di Verga “Eros” e “Tigre reale”, nonché di Baudelarie e degli altri maudit francesi, il giovane d’Annunzio fece dell’erotismo la propria stella polare, negli anni ruggenti del Decadentismo fin de siècle.

In questi anni il poeta di Pescara scrisse i primi drammi in forma di prosa lirica, memorabili ancor oggi. Non dimentichiamo “Sogno di un mattino di primavera” e “Sogno di un tramonto d’autunno”. Personaggi simili a simulari di una follia sadomasochista che sarebbe diventata di moda nel nascente secolo, tra psicanalisi freudiana e icone cinematografiche. Tra tutte Sarah Bernhardt e Eleonora Duse. D’Annunzio portò in scena la follia dell’eros, prima che Pirandello smontasse il personaggio in maschera o, meglio, personaggio senza volto, in cerca d’autore.

Ma questa è un’altra storia. Dai poemi tragici alle tragedie. Suggestioni pittoriche da Moreau a Klimt si mescolano nel sontuoso bric à brac decadente. Finché d’Annunzio ritrova le proprie origini nella Grecia barbara, l’Argolide sitibonda della “Città Morta”. Apocalittica come una catacomba romana, la tragedia si fa segno del nuovo teatro dannunziano. C’è il topos morte-resurrezione,con l’amore incestuoso di Leonardo per Bianca Maria. La magia del colore si riverbera sulla parola visionaria, larvale, da vera “città del silenzio”.

Questo d’Annunzio è stato canovaccio di pièce come “La figlia di Jorio”, regia di Giancarlo Cobelli, con Michele Placido e Edmondo Aldini, nel 1983. Rivisitazione in chiave post-moderna di un d’Annunzio mitizzato secondo la leggenda del poeta abruzzese, nostalgico della propria terra d’origine.

Al “Vittoriale degli Italiani” il poeta visse recluso ma vincente la “favola bella che ieri /t’illuse/ che oggi m’illude/ o Ermione”.

 

Tenebroso splendore di Sebastiano e/o di Eliogabalo

D’Annunzio fu relegato a Villa Cargnacco, poi soprannominato “Vittoriale degli Italiani”, dopo la sconfitta dell’impresa fiumana”. Il governo giolittiano censurò la “Convenzione del Carnaro che, secondo il Vate, permetteva libertà sessuale, nudismo sulle spiagge dalmate, divorzio ed omosessualità. Il governo Giolitti costrinse d’Annunzio a ritirarsi da Fiume. Fu un’impresa eroica che Brecht definì “La prima occupazione di una città ad opera di un poeta”. D’Annunzio ebbe questo coraggio, quasi in anticipo sul 1968: “L’immaginazione al potere”. Gli anni del tramonto del Vate, ormai “orbo veggente”, dopo la ferita all’occhio provocato dall’incidente di guerra nel 1916, furono anni gloriosi dal punto di vista produttivo. “San Sebastiano, scritto in francese arcaico. Colore prismatico, mutevole. Dal “Roggio della brace” all’ “azzurro scuro”, dal “candore degli alti gigli” al “fulgore delle luci serafiche”. C’è tutto il décor simbolistico decadente, con ricami liberty. L’interprete ideale fu scelta dal poeta tra molte aspiranti: Ida Rubinstein, danzatrice della figura androgina. Sembra strano ma vero che d’Annunzio amasse anche questa tipologia sessuale, nonostante la sua conclamata eterosessualità.

L’avvio alla danza, nella forma teatrale, con musica di Debussy sembra quasi l’incipit dell’addio dello scrittore alla retorica dell’ “Übermensch” di nicciana memoria. “Ora son ebbra / e conviene ch’io danzi”, sussurra la diva Salomè wildiana, prototipo di tutto il teatro della “décadence” e delle avanguardie protonovecentesche, dall’espressionismo mitteleuropeo ad Artaud. C’è un accento erotico-mistico che richiama la barocca Santa Teresa del Bernini, trafitta dal dardo fallico dell’angelo radioso. Ma, per la fortuna del Vate in fase notturna, ormai lontana dalla mitologia superonistica del romanzo “Il fuoco” dedicato alla carismatica attrice tragica Eleonora Duse, si profila il fascino dell’imperatore romano Eliogabalo i cui riti orgiastici fecero impazzire tutti i seguaci del culto androgino, sia con gli orpelli sontuosi del Decadentismo che con quelli rock della musica degli anni Settanta / Ottanta del Novecento. Le sue “cosce cosparse di zafferano” e le “guance incipriate” sono segni iconici. Dai fasti notturni del “Vittoriale”, tra le “badesse” del convento dannunziano popolato da sorelle in amore etero o seguaci della poetessa Saffo, si spalancano le porte dell’ “imagination au povoir” sessantottesca fino alla controcultura della seconda fin de siècle. Tra cenere e cristallo postmoderno. Alludiamo a Carmelo Bene e alla sua barocca performance tra gigantesche rose esibite nell’”orror vacui” della messa in scena mortuaria. Ma anche alla rutilante esibizione dell’androgino Eliogabalo della rock music David Bowie, così sfrontato e raffinato nella sua neodecadenza post-dannunziana.

D’Annunzio è l’inventore ineguagliabile del post-moderno, al di là del bene e del male.

 

Bibliografia

E. Raimondi, “Il silenzio della Gorgone”, (Zanichelli, 1980)

A. Avanzo, “Il rito teatrale si nutre del verso” (Sipario, 1982)

C. Marchese, “Il geroglifico teatrale” (Shakespeare and Company, 1983)

C. Marchese “L’estasi metallica del divin poeta” (Sipario, 1984)

C. Marchese – R. Di Salvo, “Santuzza, Anna e il sogno di Mila” (Sipario, 2014)

C. Bene, “Salomè” (Cinecittà, 1972)

F. Quadri, “L’avanguardia teatrale in Italia” (Einaudi, 1977)

A. Artaud, “Eliogabalo o l’anarchico incoronato” (Adelphi, 2012)

C. Marchese – R. Di Salvo “Per il 150° anniversario della nascita di Gabriele d’Annunzio, Sipario, saggio in 2 parti, aprile 2013, agosto 2013

C. Marchese – d’Annunzio nudo al Vittoriale (Shakspeare and company, 1984)

I. Costache – “Los angeles: il Vittoriale e d’ Annunzio verso le coste del Pacifico” (Sipario, 1989)

Filmografia

“L’innocente” di L. Visconti (1976) con Giancarlo Giannini e Laura Antonelli

“D’Annunzio” (1983), con Robert Powell e Stefania Sandrelli.

Discografia

“Ziggy stardust” di D. Bowie (1980).

“Salomè” di Mina (1981).

Per l’ottantesimo anniversario della morte di d’Annunzio

Per l’ottantesimo anniversario della morte di d’Annunzio

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